Paolino Vitolo, consulente informatico, webmaster, ITC 	consultant, giornalista, scrittore.Legalità
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Legalità

(Pubblicato su "IL CERCHIO" - Napoli - aprile 2008)

Legalità, una bella parola che piace a tutti e che mette tutti d’accordo. Tutti noi, dovendo scegliere tra la legalità ed il suo contrario, l’illegalità, non abbiamo dubbi: parteggiamo incondizionatamente per la prima. E questo qualunque sia il nostro credo religioso, le nostre convinzioni politiche, la nostra condizione sociale, la nostra professione, le nostre passioni, le nostre abitudini. Ma siamo sicuri di conoscere e di comprendere veramente il significato di questa parola, che pure riscuote la nostra fiducia incondizionata? Lo “Zingarelli”, uno dei più antichi e apprezzati vocabolari della lingua italiana, fornisce la seguente definizione: legalità – Condizione di ciò che è conforme alla legge. Si tratta senza dubbio di una definizione rigorosa, ma che ci lascia con la voglia di capire di più, come un senso di incompletezza, quasi fosse una tautologia. Siamo nella legalità quando rispettiamo la legge, cioè quel complesso di regole che ci siamo dati per poter convivere in armonia con il nostro prossimo e con cui accettiamo una limitazione della nostra libertà in cambio di sicurezza e tranquillità. Da ciò deriva che la legalità è necessaria affinché il più forte non prevarichi il più debole e proprio per questo accettiamo delle limitazioni, perché evitiamo di fare ad altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi. Quest’ultima considerazione ci fa intravvedere un problema: poiché non tutti la pensiamo allo stesso modo, ci sarà certamente chi giudicherà qualche regola poco importante e riterrà inutile o inopportuno rispettarla. Se ci facciamo un piccolo esame di coscienza, scopriremo certamente di aver infranto qualche legge o evitato di rispettare delle regole, perché “tanto non facevamo male a nessuno” o peggio ancora “perché nessuno se ne accorge”. Peccati veniali, certamente, ma pericolosi, perché, se lasciamo al singolo il giudizio sulla gravità del peccato, possiamo scivolare facilmente verso infrazioni più gravi e verso comportamenti socialmente pericolosi. Non dimentichiamo, infatti, che di solito delinquenti non si nasce, ma si diventa. Da ciò si deduce che la legalità implica non solo l’esistenza di leggi, ma anche di meccanismi che facciano in modo che tali leggi vengano rispettate o - per dirla in termini più crudi - il rispetto della legalità può ottenersi solo se esiste un sistema che rende poco conveniente infrangere la legge e se questo sistema funziona sempre, con sicurezza e immancabilmente.
Non vorrei si pensasse che queste considerazioni siano da applicare solo ai delinquenti che commettono gravi reati. Esse valgono anche per le cosiddette delle “persone per bene”, il cui comportamento dovrebbe essere di esempio per tutti, cioè per l’appunto esemplare. Anche per sdrammatizzare il discorso vorrei citare qualche esempio di vita vissuta. Alcuni anni fa mi trovavo in Austria con degli amici. Già allora (si era nel 2000) in quel paese si faceva la raccolta differenziata con precisione e scrupolosità a dir poco maniacale. Non ricordo perché, ma un amico aveva un sacchetto di immondizia indifferenziata di cui giustamente si voleva sbarazzare. Giunto all’”isola ecologica” più vicina, si trovò di fronte a ben cinque cassonetti di colore diverso, corredati di scritte in tedesco e senza alcuna traduzione. Il mio amico non conosceva quella lingua e, non sapendo come comportarsi, giudicò fosse peccato veniale gettare il sacchetto in un contenitore scelto a caso. Non riuscì a farlo, perché un comune cittadino, spuntato come dal nulla, gli diede un colpetto con l’indice sulla spalla e gli disse semplicemente “nein!”, parola per la quale non era necessaria alcuna traduzione. Il mio amico si vergognò molto, si scusò, riprese il sacchetto e se lo portò addirittura in Italia, dove lo depositò in un cassonetto nella prima area di servizio autostradale in territorio italiano. In questo caso il rispetto della legalità, che, come si vede, non può e non deve prevedere eccezioni, fu assicurato da un comune cittadino capitato lì per caso.
Citiamo un altro esempio e parliamo del traffico, problema comune in tutte le città del mondo, che per la sua gravità è suscettibile di far scattare comportamenti poco corretti anche in persone altrimenti integerrime. Il traffico nasce quando in una strada di una certa capacità passano automobili in numero superiore a quella capacità. In questi casi, come avviene anche quando si va a piedi, occorre rallentare aspettando pazientemente il proprio turno per poter passare. E’ vero che si potrebbero evitare queste forche caudine prendendo i mezzi pubblici o rinunciando ad uscire o ancora andando a piedi, ma a volte non ci sono alternative e si è proprio costretti a mettersi nel traffico. Se in condizioni normali è opportuno rispettare le regole, non ultime quelle della buona educazione, in condizioni di emergenza questo rispetto è addirittura tassativo. E invece spesso avviene esattamente il contrario: quando siamo in condizioni di emergenza, ci sentiamo autorizzati ad adottare il codice della giungla, che è una tentazione molto forte proprio per noi napoletani, forse perché in fin dei conti è l’estrema espressione della nostra proverbiale arte di arrangiarci. Bene, se questo è ammissibile nella giungla, appunto, non lo è affatto in un paese civile. Non è lecito quindi percorrere le corsie preferenziali (riservate ai mezzi pubblici e di servizio) e non è lecito aggiungere abuso ad abuso sorpassando le altre auto fuorilegge che percorrono le suddette corsie. Né è lecito andare contro senso per sbrogliarsi da una situazione difficile, né abbandonare la macchina in terza o quarta corsia, usando il debole alibi dei lampeggianti di emergenza. La cattiva educazione non fa che peggiorare le cose e il traffico – tanto per rimanere in tema – si alimenta proprio di questi comportamenti. E allora, noi bravi cittadini che insistiamo a comportarci bene, che cosa dobbiamo fare in questi casi? Subire passivamente o denunciare i comportamenti scorretti? E’ chiaro che nelle condizioni attuali dovremo rassegnarci a subire: chi mai prenderebbe in considerazione la nostra denuncia?
Passiamo ora a problematiche un tantino più gravi. A tutti sarà capitato ad assistere sulla strada a prepotenze e a comportamenti al di là del codice penale. Cito un altro fatto realmente accaduto: un anziano sacerdote fu tamponato da due giovinastri nella coda di ingresso al casello dell’autostrada Napoli - Salerno. I due giovani, invece di scusarsi, trascinarono il sacerdote fuori dalla sua auto, invitandolo (si fa per dire) a constatare il danno che egli avrebbe provocato fermandosi all’improvviso. Di fronte a quel comportamento ingiusto e disgustoso ebbi l’impulso di scendere e affrontare i due figuri, ma – confesso – mi fermai perché ebbi paura. Ebbi paura non tanto dei due giovinastri, quanto del comportamento della folla di gente, che dalle altre macchine assisteva alla scena nella più completa indifferenza. A freddo capisco anche quel comportamento: una persona normale avrebbe dovuto non certo affrontare i delinquenti, scendendo sul loro stesso terreno, ma denunciare l’accaduto alla forza pubblica, magari chiamando il 113. Qualcuno di noi l’ha certamente fatto nella sua vita, ma con quale risultato? Domande, anzi un vero e proprio interrogatorio da parte dell’operatore, quasi che il denunciante fosse il colpevole e poi la frustrazione di non ottenere quasi mai nulla, soprattutto quando alla classica domanda “Ci sono feriti?” si è costretti, per fortuna, a rispondere di no.
E’ chiaro quindi che con queste premesse l’illegalità diffusa è destinata a sussistere. Nessuno vorrà perdere il proprio tempo per non ottenere nulla e, come se non bastasse, per subire l’onta del sospetto da parte delle forze dell’ordine che raccolgono la denuncia. E con questo non voglio dire che Polizia e Carabinieri abbiano un comportamento sbagliato: purtroppo è giusto che si comportino così, quando è in perfetto sconosciuto a chiamarli.
Ma proprio questa circostanza ci fa cominciare a intravedere la soluzione del problema. Se non fosse uno sconosciuto a chiamare, ma una persona ben nota e accreditata nei riguardi di chi riceve la denuncia? E se a ricevere la denuncia non fossero la Polizia o i Carabinieri o i Vigili del Fuoco o la Guardia Costiera e così via, ma un ente super partes abilitato a raccogliere le istanze dei suddetti cittadini accreditati? Alcuni amici mi raccontano che già in un lontano passato era stato creato un gruppo di cittadini, denominati probiviri, con il compito specifico di diffondere la cultura della legalità e di denunciare gli abusi. I probiviri sarebbero la soluzione giusta anche oggi, con la differenza che il progresso tecnologico attuale consentirebbe di rafforzare enormemente la loro azione. I probiviri dovrebbero essere dei volontari, diffusi sul territorio, che, più che raccogliere le denunce dei semplici cittadini, dovrebbero prevenirle. Il cittadino normale non avrebbe neanche bisogno di segnalare l’abuso, perché il probus vir che agisce nella sua zona dovrebbe già averlo fatto. Ma a chi quest’ultimo avrà inoltrato la segnalazione? A un apposito organo, una specie di call center gestito magari dalla Polizia o dai Carabinieri, che, conoscendo con certezza il soggetto che ha chiamato, possa inoltrare la chiamata all’istituto in grado di risolvere il problema.
Capisco che tanto tempo fa, quando per un’operazione del genere era disponibile solo il telefono, un intervento tempestivo (e quindi non inutile) era molto difficile. Oggi invece, la tecnologia corrente, quella che noi stessi usiamo tutti i giorni, ci consente di ottenere facilmente dei risultati assolutamente brillanti. Proviamo a disegnare a grandi linee il sistema. Partiamo dalla sala operativa, che in maniera riduttiva ho chiamato poco fa call center. Essa sarà gestita da pubblici ufficiali, che potrebbero essere poliziotti o carabinieri o altro; poco importa questo, purché possano garantire integrità ed efficienza. Gli operatori della sala operativa avranno a disposizione dei moderni computer collegati permanentemente ad internet, con la possibilità di comunicare tramite accessi preferenziali con le varie istituzioni statali competenti. “Accesso preferenziale” non significa necessariamente linea telefonica, perché la rete globale, cioè internet, non è, come potrebbe sembrare, un mondo aperto a chiunque, ma su di essa e con essa è possibile creare i cosiddetti circuiti privati virtuali, che, pur sfruttando i percorsi fisici comuni a tutti, equivalgono a tutti gli effetti a cavi telefonici privati. La sala operativa riceve le comunicazioni dei probiviri sparsi sul territorio e, dopo averle vagliate, servendosi anche degli archivi dei casi pregressi (disponibili sulle memorie dei computer), le inoltrano agli organi competenti. Questi ultimi possono così intervenire tempestivamente. All’altro capo della catena i probiviri saranno dotati di un palmare, cioè di un telefono cellulare evoluto, del tipo che molti di noi già posseggono. Il palmare, oltre ad essere un telefonino, è un vero e proprio computer portatile, con una notevole capacità di memoria e con la possibilità di eseguire elaborazioni sofisticate. Per dirne una, il palmare, grazie all’antenna satellitare incorporata e ad un software di tipo TomTom (quello sempre più diffuso sulle nostre autovetture per indicare i percorsi stradali) è in grado di conoscere in ogni momento la propria posizione e di comunicarla automaticamente e continuamente alla sala operativa. Quando il probus vir fa una segnalazione, non ha neanche bisogno di indicare dove sta avvenendo il fatto: la sala operativa lo sa già. Inoltre, poiché il palmare è un computer collegato continuamente ad internet (con la stessa tecnologia usata dalla moglie del calciatore Totti nella sua pubblicità televisiva), la sala operativa è in grado di conoscere con sicurezza l’identità dell’operatore chiamante senza che questo neanche si qualifichi. Sono tutti attimi preziosi che si risparmiano, perché al di là di questi automatismi non resta che la comunicazione del fatto, che può essere fatta per telefono, per messaggio (SMS) o per posta elettronica. Il tutto corredato ovviamente delle immagini e dei filmati ripresi tramite la telecamera inclusa nel palmare. A questo punto i più attenti dei miei lettori potrebbero obiettare che il palmare potrebbe essere rubato o per lo meno usato da una persona diversa da quella conosciuta e autorizzata. Impossibile! Il palmare sarà dotato di un altro dispositivo di uso corrente: un riconoscitore di impronte digitali che dovrà essere azionato dall’utente autorizzato all’inizio e alla fine di ogni comunicazione, garantendone così l’autenticità.
Tutto ciò è molto bello, ma vorrei frenare i facili entusiasmi. Questo sistema non può e non vuole sostituirsi alle forze dell’ordine. All’inizio abbiamo parlato di legalità e di malcostume, non necessariamente di delitti. Un sistema del genere può essere molto utile per correggere i comportamenti sbagliati e per rafforzare la cultura della legalità, che è poi proprio quello che ci manca. Solo occasionalmente potrà fermare la mano assassina di un camorrista o l’opera di un ladro o di uno scassinatore. Tutti noi, persone normali, sapendo di essere osservati da tanti piccoli “grandi fratelli”, ci vergogneremo di comportarci male e finalmente torneremo ad essere quello che effettivamente siamo: cittadini civili di una nazione civile. E’ questo che ci auguriamo con tutto il cuore.

Paolino Vitolo
paolino.vitolo@fastwebnet.it



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