Paolino Vitolo, consulente informatico, webmaster, ITC 	consultant, giornalista, scrittore.Sono un terrone
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(Libero - aprile 2009)

Non so se posso dirmi napoletano; forse sì, perché sono nato a Napoli, ma mia madre è di Potenza e mio padre era di Messina. Quindi Napoli è per me una città del nord ed io non sono altro che un terrone.
Leggo Libero con piacere e, oserei dire, con amore. L’amore, si sa, fa sopportare tutto, e quindi, quando pochi giorni fa il ministro Calderoli chiuse a modo suo il “caso Noemi”, mi trovai addirittura d’accordo con lui; almeno in parte. Anch’io penso che Noemi non sia “neanche tanto bella” (traduco dal bergamasco del ministro) e anzi sono ancora più duro di lui nell’affermare che il presidente Berlusconi non sarebbe dovuto assolutamente andare a quella festa in quel locale a Casoria. Io come napoletano non l’avrei fatto, ma Berlusconi è milanese e i milanesi sono molto meno snob dei napoletani. Delle parole di Calderoli non mi piacque però una frase che non esito a definire stupida: “Berlusconi la smetta di occuparsi di Napoli. Berlusconi è un cognome milanese”. Ebbi l’impulso di scrivere anche allora, ma non lo feci. Scrivo oggi che il direttore del mio quotidiano preferito, Vittorio Feltri, che stimo sinceramente, dice che “Berlusconi si è interronito”.
Conosco da molto prima che la Lega Nord nascesse le idee di quel popolo che costituisce lo zoccolo duro dei suoi elettori. Infatti, pur essendo un terrone, sono un terrone evoluto: ho lavorato in IBM e, fin dal corso base dopo l’assunzione, nel lontano 1969, che frequentai a Rivoltella sul Garda, imparai che esistono mondi diversi da Napoli, ugualmente belli e affascinanti, ed anche migliori sotto molti punti di vista. E conobbi anche Milano, città stupenda, dove lavorai nel modo migliore e nel tempo migliore della mia vita e che per questo è rimasta e rimarrà per sempre nel mio cuore.
Conosco i milanesi, conosco la gente del nord (incredibilmente ho anche dei parenti acquisiti ad Arosio, in Brianza), capisco che cosa significa amare il lavoro, costruirsi il futuro con le proprie mani, affidarsi a se stessi senza aspettare il deus ex machina che ti toglie dai guai. Conosco questa gente perché sono come loro e come loro sono pure tanti napoletani, tanti meridionali, la maggioranza dei meridionali, quelli che non hanno voce perché schiacciati da una politica malsana e corrotta, incancrenita nelle ferree regole e consuetudini del malaffare.
Le radici del male del sud sono antiche, anzi antichissime. Esse affondano addirittura nell’ultimo secolo del primo millennio, quando Napoli perse la sua indipendenza e cominciò da allora ad essere governata dallo straniero. I governanti di allora, i cosiddetti Consoli, dilaniati da lotte intestine, pensarono bene di chiamare in soccorso della loro fazione i Normanni che già scorazzavano nel meridione. Questi non se lo fecero ripetere due volte; si installarono nella città concessa loro dai Consoli, che da allora si chiamò Aversa (cioè avversa, nemica), e da lì partirono alla conquista di Napoli. Che fu prima normanna, poi sveva, poi angioina, aragonese e infine borbonica. Il popolo napoletano capì che quella città in cui si trovava a vivere non era più sua. E nacque così l’atavica disaffezione verso la cosa pubblica, la mancanza di senso civico, il fatalismo, la sofferenza mascherata da gioia di vivere. D’altra parte e proprio per le stesse cause, gli altri meridionali, gli abitanti del regno di Napoli al di fuori della capitale, videro in questa la radice di ogni male, il parassita che succhiava le loro risorse e nacque così l’odio atavico degli altri meridionali verso i napoletani. Con l’unità d’Italia si ebbe l’occasione per tentare di risanare questi spaventosi problemi, ma i governi che si succedettero da allora non seppero o non vollero capire che la questione meridionale non si poteva risolvere versando un fiume di soldi, quasi a indennizzare il sud delle sue disgrazie, ma piuttosto aiutando i meridionali a riacquistare la propria dignità e a sentirsi finalmente non servi della gleba, non sudditi, ma cittadini orgogliosi di essere italiani.
Silvio Berlusconi l’ha capito e sta agendo nel migliore dei modi possibili. Egli si è interronito, è vero, ha ragione il popolo della Lega, ma vorrei che i nostri fratelli del nord capissero anche loro che è proprio questo il modo per far sì che gli abitanti d’Italia diventino finalmente tutti italiani.
Noi terroni di buona volontà (e siamo la maggioranza) vogliamo far parte di questo popolo. Voi fratelli del nord fate la vostra parte, non ci abbandonate: interronitevi un po’ anche voi!

Paolino Vitolo
paolino.vitolo@fastwebnet.it



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