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Palinuro, tempesta sul porto

(Pubblicato sul "ROMA" di sabato 8 gennaio 2000)

Il porto di PalinuroIl viaggiatore che solo quarant’anni fa si fosse avventurato lungo la costa della Campania più a sud dei templi di Paestum, riconosciuti da almeno un secolo come limite estremo dei normali itinerari turistici, avrebbe goduto delle stesse raffinate sensazioni di quei pochi privilegiati viaggiatori del "grand tour", che osavano spingersi nelle ancora selvagge terre del Cilento. Le strade si facevano sempre più strette e sconnesse, lungo improbabili tortuosi itinerari, in cui ad ogni curva si era colpiti dall’improvvisa visione di un mare intensamente azzurro, incorniciato da olivi giganteschi, mentre il profumo della macchia mediterranea, penetrante, quasi aggressivo, faceva dimenticare gli odori della civiltà ormai remota, e ci si sentiva completamente immersi in un passato mitologico, da poema di Omero.
E poi, valicato l’ultimo crinale, le strada bianca precipitava verso la visione del capo Palinuro, le cui ultime propaggini dorate si incurvavano ad abbracciare uno specchio di mare verdastro, simile a un lago, che i pescatori del luogo chiamavano pomposamente "porto". E invece non era nient’altro che una piccola spiaggia di sabbia gialla, con la chiesetta di Sant’Antonio e qualche casa rosa dalla salsedine, sotto le cui fondamenta il mare si insinuava a volte prepotente, tenendo svegli gli occupanti preoccupati per la loro barca, che avevano tirato in secco in fretta e furia il giorno prima, alle prime avvisaglie del maestrale impetuoso. Già, perché il maestrale la faceva da padrone nel "porto" e tanti vecchi ancora piangevano i loro morti, sorpresi nella loro barca da pesca dalla furia improvvisa degli elementi, che avevano negato loro il ritorno. E proprio per questo da generazioni i pescatori di Palinuro avevano chiesto alle autorità che gli venisse concesso un vero porto, con tanto di molo e di banchina, per poter ricoverare le loro barche e perché Palinuro potesse finalmente diventare un approdo sicuro anche per chi amava navigare lungo le splendide coste del Cilento.
E finalmente una ventina di anni fa si iniziò la costruzione: arrivarono gli autocarri carichi di rocce delle cave dell’entroterra, cubi e tetraedri di cemento furono costruiti sul nuovo molo e poco alla volta un braccio di roccia e cemento si spinse nel mare profondo a chiudere da sud ovest l’imboccatura del nuovo porto. Ci fu lavoro per tutti e molti si arricchirono, perché, secondo la logica di quegli anni, si scelse il progetto non solo più costoso, ma anche suscettibile di facili lievitazioni dei costi; finché i soldi finirono e si decise che ormai il porto era completo con il solo frangiflutti di sud ovest e con una piccola banchina, dove, quasi a sancire l’importanza della nuova struttura, fu persino insediata la nuova sede della Capitaneria di Porto.
Ma il mare, il vero padrone, decise altrimenti. Le prepotenti correnti di maestrale, non potendo superare il nuovo frangiflutti, invertirono il cammino e cominciarono a insinuarsi nel porto dalla direzione opposta, cioè da nord, dove non era stato costruito l’altro frangiflutti, che sarebbe stato indispensabile per completare l’opera. E la bella spiaggetta dorata cominciò inverno dopo inverno a scomparire, mentre la sabbia si accumulava all’interno del porto, insabbiandolo inesorabilmente; senza impedire peraltro che la risacca di maestrale continuasse a farla da padrona all’interno del bacino, che continuava ad essere scomodo e insicuro, se non addirittura pericoloso soprattutto in inverno. E i pescatori continuarono, come facevano i loro padri e i loro nonni, a tirare faticosamente in secca le loro barche al primo annuncio della cattiva stagione.
Finché appena ieri, in prossimità del capodanno del 2000, il mare non ha deciso di chiedere un nuovo tributo: con inaudita violenza ha scavalcato la banchina, ha invaso la Capitaneria, ha mangiato gran parte dei resti della spiaggetta, ha schiantato sugli scogli le barche di chi aveva dovuto lasciarle in mare per procurarsi con la pesca il pane quotidiano.
Tutto questo perché oggi Palinuro, perla del parco del Cilento, non ha ancora un porto vero, pur non avendo più la splendida spiaggia dell’antico cosiddetto "porto". Con tutte le conseguenze del caso: i pescatori non possono lavorare; il turismo qualificato non decolla, perché qualunque barca si fermi all’approdo di Palinuro ne fugge di solito dopo una sola insonne nottata; i ristoranti, gli alberghi, gli esercizi commerciali, che, come avviene ad esempio a Maratea, potrebbero trarre il proprio benessere dal turismo delle vie del mare, non riescono invece a sopravvivere. Qualcuno obietta che, costruendo il secondo frangiflutti, la spiaggetta (o almeno quello che ne resta) non sarebbe più utilizzabile per la balneazione; e cesserebbe il miserabile commercio di ombrelloni e sedie a sdraio. Costoro però non ricordano o fingono di non sapere che la balneazione è vietata per legge nelle acque portuali.
Quindi, se vogliamo che Palinuro ritorni ad essere un punto di riferimento per il turismo del mare, abbiamo il coraggio di scegliere: o si distrugge quanto di incompleto è stato fatto nel porto, fingendo di ritornare ad un passato arcaico e bucolico, ma purtroppo anacronistico, o si completa l’opera iniziata vent’anni fa e mai portata a termine. Chiudendo il bacino anche a nord, completando le banchine, installando pontili galleggianti per l’approdo delle imbarcazioni minori, offrendo i servizi che ancora mancano, le prese per l’acqua e per l’elettricità, il rifornimento di carburante, l’assistenza nautica qualificata.
Perché nel 2000 l’offerta turistica non può che essere completa e professionale, e non è lecito trincerarsi dietro la malafede di un anacronistico desiderio di ritorno a un passato ormai scomparso, di natura selvaggia e incontaminata, ma anche di fame e di miseria. Anche perché basterà uscire dalla quiete del bacino del nuovo porto, inoltrandosi verso le maestose rocce del capo o più avanti verso le spiagge del Buon Dormire o della Molpa, per ritrovare l’atmosfera mitica dei poemi di Omero e di Virgilio e ricordare lo sfortunato timoniere di Enea, che, cedendo al sonno in vista di queste acque affascinanti ma crudeli, consegnò il proprio nome all’eternità.



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