Paolino Vitolo, consulente informatico, webmaster, ITC 	consultant, giornalista, scrittore.La sconfitta della civiltà
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(IL MONITORE - luglio-agosto 2004)

La sconfitta, attesa e temuta, è puntualmente arrivata, anche se, confrontandoci con il resto dell’Europa, possiamo dire che da noi il Centro-Destra se l’è cavata alla grande. Anche perché, se Berlusconi ha perso, i suoi alleati hanno tutti vinto, mentre lo stesso non può dirsi per la coalizione di Prodi, quel “triciclo” rabberciato alla meglio per puri scopi elettorali (di contrasto e non di proposta, per di più), che ha solo evidenziato la sua debolezza a fronte di una crescente prepotenza delle forze dell’eversione che stanno alla sua sinistra. Non altrettanto bene sono andate le cose nelle elezioni per i governi locali, dove le sinistre ci hanno imposto quasi un “cappotto”. E’ proprio questo il risultato che deve farci meditare, perché se il voto delle europee, necessariamente più sfumato e platonico, è stato un voto essenzialmente contro Berlusconi, quello delle province, dei comuni e delle regioni (dove si è votato) ha delle connotazioni più concrete e immediate e, quindi, delle motivazioni più complesse. Prendiamo il caso della Campania: qui la sinistra è al governo da tempo, con risultati oggettivamente negativi e deludenti. Nonostante ciò, essa ha vinto dovunque alla grande. La componente antiberlusconiana del voto non può essere la sola giustificazione: sarebbe da folli accettare il degrado dell’immondizia, delle discariche, dei treni speciali di ecoballe per la Germania, della delinquenza quotidiana, dei due morti al giorno di camorra, dei disservizi, delle perenni pagliacciate di Bassolino e compagni (includendo purtroppo tra questi anche la Iervolino), delle lobby senza le quali non si può lavorare (anzi non si può vivere), sarebbe da folli – dicevo – accettare tutto questo solo per dare un segnale al Presidente del Consiglio perché si dia una regolata, altrimenti da qui a due anni non lo voteremo. Purtroppo però la democrazia si fonda su un principio che ne rappresenta l’intrinseca debolezza: vincono i più, non i migliori. Il che non sta a significare che in Campania la maggioranza degli elettori sono pazzi (ci mancherebbe altro!), ma solo che essi non perseguono il bene comune, preferendo il tornaconto personale, assicurato dalla fitta rete di intrallazzi abilmente intessuta dalle sinistre nei circa dieci anni di (mal)governo trascorsi. Se badiamo bene, il sistema della cosiddetta prima repubblica, che anche a livello nazionale uno stuolo di lestofanti sta cercando di mettere in piedi (basti notare l’inquietante ricomparsa di squallidi avanzi più o meno ripuliti, come De Michelis e Cirino Pomicino), in Campania è già stato restaurato in pieno. Non serve essere bravi o intelligenti per assicurarsi il pane quotidiano: il pane e anche il companatico te lo dà il compare o il compariello di turno. Basta che gli assicuri un po’ di voti, un po’ di vile sottomissione (non fedeltà, parola di cui i vigliacchi non conoscono il significato) e puoi campare benissimo senza neanche far finta di lavorare. Poco importa se nulla funziona e nulla si fa sul serio: del resto ci sarà pure un motivo per cui la Campania, e Napoli in particolare, è agli ultimi posti di ogni classifica del vivere civile. Con molta amarezza dobbiamo dire che il modello di sviluppo proposto dalla Casa delle Libertà, basato sulla riduzione delle tasse, sugli incentivi a chi lavora, sulla semplificazione della burocrazia, sul potenziamento delle infrastrutture e dei servizi, in una parola basato sul lavoro, non può andar bene per la nostra disgraziata regione. Qui non si vuole il lavoro (che, manco a dirlo, chiamiamo “fatica”), qui si cerca soltanto il “posto”, la prebenda, l’immunità, la licenza; questo è il paese in cui tutti “devono campare”, dove tutti “tengono famiglia”, dove si baratta la dignità di vivere civilmente con la libertà di farsi i propri meschini affari, fregandosene del prossimo e cercando anzi di fregarlo, se è possibile, ma sempre pronti ad una vile sottomissione, se non è possibile. Un simile laido sistema difficilmente potrà attecchire al nord, dove il lavoro, il senso civico e, in una parola, la civiltà sono alla base della vita quotidiana di tutto il popolo. Al nord il voto è stato veramente un avvertimento per il governo di centro-destra, che dovrà attentamente meditare e lavorare per correggere gli errori, che pure sono stati fatti, e per imprimere la giusta rotta, affinché le prossime elezioni politiche possano rinnovare il successo di tre anni fa. Da noi invece – e lo diciamo con impotente amarezza – questo avvertimento non c’è stato e il compito della CdL sarà difficilissimo, se non impossibile. Semplicemente, il modello di sviluppo basato sul lavoro e sulla produttività non ci interessa: anche se Berlusconi avesse mantenuto tutte le sue promesse, la cosa ci avrebbe lasciato indifferenti, se non addirittura ostili. Ma come si permette questo milanese di volerci insegnare a vivere, di volerci dare del lavoro, di proporci dei servizi che funzionano? Noi non abbiamo bisogno di lavorare per vivere: quello che ci serve ce lo dà il protettore di turno. I servizi? Poco importa: siamo abituati ad arrangiarci, anzi, se non possiamo farlo, ci sentiamo compressi e vincolati da regole assurde. E per quanto riguarda la spazzatura, ci siamo talmente abituati che non la vediamo (e sentiamo) nemmeno. E poi, vuoi mettere come è più comodo gettare un bel sacchetto per strada a qualunque ora, invece di doversi preoccupare delle stupide regole della raccolta differenziata?


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