Paolino Vitolo, consulente informatico, webmaster, ITC 	consultant, giornalista, scrittore.Estate e spazzatura 2004
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(IL CERCHIO - settembre 2004)

Estate 2004. Non con soddisfazione, come potrebbe sembrare logico, ma con mesta rassegnazione notiamo che Napoli e la Campania sono sempre più presenti , e spesso in prima pagina, sui grandi quotidiani nazionali. Gli argomenti sono i più vari, ma sempre negativi, quando non vergognosi. Si passa dall’economia alla cronaca, dallo sport alla cultura, dalla politica al costume, ma il denominatore comune è sempre una “napoletanità” deteriore, atta a suscitare sentimenti di pietà, di commiserazione, di repulsione, di disgusto e, per chi non ha la ventura di vivere qui, di autocompiacimento e sollievo. Ma la cronaca, per sua natura, ha la memoria corta: solo poche settimane fa l’Italia, incredula e indignata, si ritrovava spezzata in due da una manifestazione semispontanea degli abitanti di un altrimenti oscuro comune del Salernitano, Montecorvino Rovella, i quali si opponevano alla riapertura di una discarica nel loro territorio, riapertura ordinata dal commissario Catenacci per cercare di far fronte almeno momentaneamente all’annoso problema dell’emergenza rifiuti in Campania. Poche settimane sono passate, appunto, ma chi si ricorda oggi dei disagi sofferti più o meno da tutti noi, dei fiumi di inchiostro che sono stati versati per commentare l’episodio, dei brillanti pezzi di colore locale scritti dagli opinionisti nazionali, del nome della “pasionaria” del paese, preoccupata forse non tanto per l’igiene pubblica, quanto per il suo agriturismo con vista sulla discarica?
Abbiamo la memoria corta – è vero – e questo consente a personaggi più o meno in buona (o in mala) fede di raccontarci quello che vogliono e soprattutto quello che serve alla loro parte politica o – peggio – al loro tornaconto personale. E questo andazzo non ci disgusta nemmeno, tanto siamo ad esso assuefatti, fino al punto di chiamarlo con il nome, che meriterebbe ben altra dignità, di politica. Ma c’è un modo per ribellarsi a tutto ciò e per risvegliare la nostra intelligenza e il nostro senso critico, un modo per non lasciarci ingannare. Non è cosa facile né comoda: richiede impegno, fatica e tempo, che sono merci rare nella nostra epoca frenetica. Proprio per questo ci siamo assunti tale compito, a beneficio dei nostri lettori, ed abbiamo ricercato nei documenti ufficiali dell’ultimo decennio, per capire come si sia potuti arrivare al punto in cui siamo con l’emergenza rifiuti e soprattutto per ricordare e – meglio ancora – per non dimenticare.
La prima cosa che si nota non senza stupore è che, nel lontano 29 dicembre 1995, la presidenza del Consiglio dei Ministri dichiarò ufficialmente lo “stato di emergenza” in relazione allo smaltimento dei rifiuti in Campania. Ciò significa che già nove anni fa, cioè nella preistoria delle vicende regionali, quando né Rastrelli e tanto meno Bassolino nemmeno si sognavano di essere il Presidente della Regione Campania, il problema dei rifiuti era già nelle preoccupazioni del governo centrale: esattamente come oggi. In seguito a tale dichiarazione del governo, il Ministro dell’Interno nominò con opportune ordinanze due Commissari di Governo, nelle persone del Prefetto di Napoli e del Presidente della Giunta Regionale della Campania, il primo per la gestione immediata dell’emergenza, con l’utilizzo delle risorse esistenti (vale a dire le discariche), il secondo per la redazione e l’attuazione di un Piano Regionale di smaltimento dei rifiuti. Ci si potrebbe chiedere: ma la Regione, che cosa aveva fatto sino ad allora per ritrovarsi in un tale stato di inadempienza? In effetti esisteva già (ed è tuttora in vigore) una legge regionale (la n. 10 del 10 febbraio 1993), che sancisce che, ai fini dello smaltimento dei rifiuti, la Campania è suddivisa in diciotto Bacini di Utenza, gestiti da altrettanti Consorzi di Bacino, dotati di propri organi di governo, con il compito di realizzare gli impianti e i servizi per lo smaltimento dei rifiuti, sempre sotto le direttive di un Piano Regionale del settore. In effetti, questa legge non ha mai avuto attuazione pratica, per molti motivi. Esempio emblematico quello del Consorzio di Bacino “Napoli 1”, nel quale gli organi istituzionali non sono stati mai nominati, perché, incredibilmente, non si è mai riusciti a riunire l’assemblea dei Comuni costituenti. Nel decennio trascorso l’amministrazione regionale ha cercato di porre rimedio con la nomina di molti “Commissari ad acta”, che però, o si sono dimessi in brevissimo tempo, o non hanno svolto nessuno dei compiti affidati. Restando al caso del consorzio “Napoli 1”, il Commissario di Governo per l’emergenza, vale a dire il Prefetto di Napoli, assegnò al Sindaco del comune capofila, Giugliano, il compito di gestire la discarica sita nel proprio territorio comunale ed inoltre, proprio per l’impossibilità di attivare il consorzio di bacino, lo nominò sub-Commissario per la gestione delle opere di discarica.
Per quanto riguarda invece il lavoro del Commissario per la creazione del Piano Regionale di smaltimento rifiuti, quando Antonio Rastrelli assunse la carica di Presidente della Campania, immediatamente redasse, approvò e promulgò un piano in data 31 dicembre 1996. A seguito dell’emanazione da parte del Governo centrale del Decreto Legislativo 22 del 5 febbraio 1997 (decreto Ronchi), che imponeva adeguamenti alle Direttive dell’Unione Europea, tale piano fu modificato e approvato con Decreto subcommissariale dell’8 giugno 1997 e pubblicato nel BURC del 14 luglio 1997. Esso è tuttora in vigore e prevede (senza entrare nei dettagli, che richiederebbero tutto lo spazio di questa rivista) la raccolta differenziata, il riciclo dei materiali nobili come quelli provenienti dagli imballaggi, l’utilizzo della frazione “umida” per la produzione di concimi per uso agricolo, la produzione di combustibile da utilizzare per la produzione di energia (nei cosiddetti inceneritori o, come si dice oggi, nei termovalorizzatori). Inoltre erano già stati individuati i siti di questi ultimi, prima in numero di sette, poi ridotti a due per economia di scala.
Quindi, nel lontano ’97, ben sette anni fa, Rastrelli aveva già fatto tutto. Sarebbe stato sufficiente che egli (ma, come si ricorderà, non gliene fu dato il tempo) o che i suoi successori mettessero in pratica quanto predisposto e sancito (come legge regionale tuttora in vigore – ripeto), perché l’emergenza di questi giorni ci fosse risparmiata. E pensare che il piano Rastrelli era stato preparato non solo a tempo di record, ma anche con minimo utilizzo di risorse. A chi avesse la pazienza di andare a spulciare le vecchie ordinanze regionali dell’epoca, sarebbe subito chiaro come Rastrelli disponesse di appena due vicecommissari, di non più di 10 (dico dieci) dipendenti della Regione, autorizzati ad un massimo di settanta ore di straordinario mensile e retribuiti sulla base dell’”attività effettivamente resa”. Queste sono parole testuali dell’articolo 5 comma 1 dell’Ordinanza regionale 2425 del 18 marzo 1996. I dipendenti regionali furono poi portati a venti con l’Ordinanza 2470 del 31 ottobre 1996, ma comunque anche questo numero è ben poca cosa rispetto alle centinaia di consulenti di Bassolino, profumatamente pagati con i nostri soldi per le attività più fantasiose (o - per meglio dire - inesistenti). Ma procediamo con ordine. Dopo il ribaltone fortemente bramato da alcuni rappresentanti della razza delle quaglie saltatrici, che, fin dai tempi del Sindaco Achille Lauro, infestano le nostre plaghe, già col facilmente dimenticato Presidente Losco la squadra di lavoro (che non aveva bisogno di lavorare, perché, come abbiamo visto, il lavoro era già fatto) fu portata da venti a cinquanta unità. Oggi, con Bassolino presidente, essa prevede invece un organico di ben altra consistenza (ma vuoi mettere?): 1 Commissario Delegato, 1 Commissario Vicario, 1 vice-Commissario, 3 sub-Commissari, 134 dipendenti provenienti dalla pubblica amministrazione, 20 consulenti assunti a tempo determinato (equiparati a dipendenti regionali di fascia D – ex 8° livello), 10 consulenti retribuiti sulla base delle tariffe professionali vigenti. Il tutto per un totale di 155 unità, delle quali ben 20 sono solo a supporto e segreteria del Commissario Vicario, del vice-Commissario e dei tre sub-Commissari. E quanto ci costa questo esercito – ci chiederete? Non meno di un miliardo e mezzo di vecchie lire all’anno o, se preferite l’importo in euro, così fa meno impressione, circa 800.000 € all’anno. Non sono poi noti, ovviamente, i criteri con cui sono stati scelti i consulenti e perché fossero così necessari (anche se lo capiamo benissimo), visto che, come abbiamo detto e ripetuto fino alla noia, sarebbe stato sufficiente applicare un piano dettagliato già pronto da tempo, per non trovarci nella situazione vergognosa di questa estate 2004. Vergognosa al punto che persino gli alleati di governo del Presidente Bassolino lo stanno attaccando in modo a dir poco virulento, ma il nostro ineffabile governatore non sembra minimamente preoccuparsene. Forse, essendo stato eletto direttamente dal popolo e ricordando che “vox populi, vox dei” è arrivato a pensare di stare sul trono per volontà divina e di essere ormai intoccabile, come Carlo Magno o Napoleone.
Non voglio ulteriormente intristire i lettori, ma penso sia giusto metterli a conoscenza di una notizia recentissima, volutamente passata sotto silenzio, sempre sull’argomento dello smaltimento dei rifiuti. Su Il Mattino dello scorso 20 luglio 2004 è apparsa una nota del Commissario Straordinario Corrado Catenacci (proprio quello cui il Presidente della Regione Bassolino, Commissario per l’Emergenza rifiuti nominato dal Governo, ha opportunamente ammollato la patata bollente), che elenca i nomi di ben diciannove aziende in odore di camorra, tutte impegnate nel business (credo ormai sia questa l’unico vocabolo appropriato) dei rifiuti in Campania, ditte subappaltate dall’ASIA, per intenderci, che non sono state in grado di assolvere alle disposizioni delle leggi anti-mafia. La sostanza della notizia non ci stupisce molto: tutti abbiamo sempre saputo che solo la camorra è stata capace sinora di assicurare un certo servizio di nettezza urbana. Stupisce molto di più che finalmente qualcuno abbia trovato il coraggio di denunciare l’andazzo e soprattutto abbia cercato di fare il proprio dovere, cioè semplicemente applicare la legge. Una notizia del genere, in altri luoghi ed in altri tempi, avrebbe provocato un terremoto; come minimo il Presidente della Regione si sarebbe dovuto dimettere. Invece – e questo non ci stupisce – non è successo niente. Del resto, se si esclude il trafiletto de Il Mattino (che sarà presto dimenticato – potete giurarci!), nessun telegiornale, nessun organo di informazione nazionale ne ha parlato. Sarà perché i santi in terra (e noi abbiamo la fortuna di averne uno) hanno anche i loro colleghi in paradiso, che fanno di tutto per proteggerli. Perciò rassegniamoci, amici, ad un’emergenza, che, a furia di emergere, diventerà consuetudine e ad un governatore, che, a furia di governare, diventerà più santo di San Gennaro (detto “faccia gialluta” per la sua statua di bronzo dorato); anche se per ora, in attesa della doratura, dovrà accontentarsi di una semplice faccia di bronzo.


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