Paolino Vitolo, consulente informatico, webmaster, ITC 	consultant, giornalista, scrittore.Lasciamoli perdere, andiamo a vincere!
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(HERMES - editoriale di marzo 2006)

Una quindicina di anni fa (sembra ieri) il presidente Silvio Berlusconi era soltanto un imprenditore di successo. Anzi, se ricordiamo bene, anche come tale era piuttosto anomalo: non nasceva con fantastici patrimoni ereditati dai nonni (come Agnelli), né godeva del supporto della finanza pubblica e delle istituzioni. Il gotha dell’industria italiana lo guardava con sospetto, come un parvenu, perché aveva il difetto di essersi fatto da solo, con duro lavoro, entusiasmo, coraggio e spregiudicatezza. E questo da noi (povera Italia!) è considerato un difetto terribile, soprattutto da parte di chi ha deciso di vivere alla grande senza lavorare, come – tanto per fare un esempio – tutti i politici della prima repubblica, inamovibili come cariatidi, che, senza aver mai zappato in vita loro, guardano con disprezzo gli zappatori e pretendono anche di insegnar loro come si fa. Poi venne tangentopoli e il “sistema”, ormai odioso e insopportabile, fu in qualche modo squassato dalle fondamenta. Ci pensarono i giudici del pool di Milano, che, con sistemi obiettivamente illegali, anzi medioevali, azzerarono partitoni come il PSI e la DC: il primo scomparve, la seconda si smembrò nelle sue componenti (in realtà già da prima poco omogenee). Qualcun altro – guarda caso – si salvò limitandosi a cambiare nome: il PCI tolse dal suo nome la parola “comunista”, che ormai si avviava a diventare per tutti, o quasi, una parolaccia, e si fregiò, con la solita faccia tosta, del titolo di “democratico”, diventando PDS. Gli italiani avevano una gran voglia di novità e inoltre i vuoti lasciati da tangentopoli dovevano comunque essere riempiti. Fu allora che Berlusconi, ricchissimo e fortunato e senza – ricordiamolo – ombra di appunto né di procedimento giudiziario nei confronti suoi o delle sue società, decise di scendere in politica. Errore gravissimo! Ma come, egli che aveva fondato la sua fortuna sul duro lavoro osava invadere il campo di quelli che, come ho detto prima, avevano deciso di vivere alla grande senza lavorare? Nessuno a quei tempi era disposto a scommettere un soldo bucato sul suo successo, anzi i potenti lo guardavano con sufficienza, disprezzo ed ironia. Ricordiamo l’editoriale di un vecchio trombone, fondatore di un giornale, vera fogna di menzogne, il quale salutò la discesa in campo del “ragazzo coccodé”, richiamando le graziose galline della fortunata trasmissione “Indietro tutta” di Renzo Arbore. Poi però, quando si accorsero che il ragazzo non era affatto coccodé, ma aveva vinto, divennero più cattivi e fecero di tutto per farlo cadere; persino il Presidente della Repubblica dell’epoca dette una mano, senza neanche preoccuparsi di fingere di essere al di sopra delle parti, come in realtà un vero Presidente, uno di tutti gli italiani, dovrebbe essere. Il cosiddetto pool di Milano, che mai prima aveva trovato nulla da eccepire sulla condotta del Cavaliere, gli rovesciò addosso ben cinquanta (dico cinquanta) provvedimenti giudiziari in soli due mesi, alcuni dei quali comunicati, vergognosamente, durante la conferenza mondiale dell’ONU sulla criminalità del novembre ‘94 a Napoli. Un attacco di tale portata non si era mai visto prima, ma evidentemente il personaggio ormai faceva paura. E a ragione – dobbiamo dire – perché, se pure riuscirono a scalzarlo allora, egli, dopo alcuni anni in cui le vecchie cariatidi si illusero di aver ripristinato il ferreo sistema del primo mezzo secolo di repubblica, ritornò saldamente al governo per volere della maggioranza degli italiani, e ci rimane tuttora.
Il motivo di questo fatto straordinario è tanto semplice che addirittura rischia di non essere perfettamente compreso: per la prima volta nella storia della Repubblica italiana sono andati al governo non dei professionisti della politica, che non lavorano e non sanno né vogliono lavorare, ma dei professionisti e basta, avvezzi a lavorare sodo e a conquistare la loro fortuna con l’onestà e la fatica. E così, in cinque anni, si sono fatte più riforme e più progressi che nei precedenti cinquanta. E’ impossibile ricordarle tutte. Si va dal sistema previdenziale alla scuola (completamente rinnovata dopo i tempi biblici della riforma Gentile), dal Codice della strada al divieto del fumo, dalla drastica diminuzione della pressione fiscale all’aumento delle pensioni, dall’avvio di grandi opere (TAV, MOSE, variante di valico, ponte sullo stretto di Messina) alla riforma dell’ordinamento giudiziario (inappellabilità da parte del giudice delle sentenze di primo grado), dalla liberalizzazione del lavoro (con conseguente aumento delle occasioni lavorative per chi ha buona volontà) alla lotta alla droga. E’ ovvio che una simile opera titanica, fatta per il bene dell’Italia, con la mentalità di chi è abituato a trovare soddisfazione non nel tornaconto personale, ma nella consapevolezza del lavoro ben fatto, non può lasciare indifferenti le forze parassite che erano abituate ad un sistema ben diverso. Ed è così che le fogne della menzogna (e non soltanto il giornalone che ho citato prima) rigurgitano a pieno ritmo, che i pagliacci falliti vomitano stupidi lazzi, che i vecchi tromboni riprendono a suonare le loro note stonate e false. Il programma elettorale dell’Unione contiene centinaia di capitoli, alcuni copiati pari pari dal nostro programma (addirittura promettendo cose già realizzate da noi), altri palesemente falsi e ingannevoli. Ma a leggere tra le righe (e neppure troppo tra le righe), si vede subito che la coalizione di sinistra promette non solo di disfare ciò che la destra ha fatto, privandoci delle conquiste di questi anni, ma addirittura di osare quello che neanche i governi di centrosinistra del passato avevano mai osato. Invece di liberismo economico e lavoro, più tasse per tutti (ma soprattutto, secondo una classica logica marxista, per le classi medie), ripristino delle tasse di successione e donazione, ripristino delle aliquote IRPEF e loro maggiorazione, aumento delle tasse sulle rendite mobiliari (BOT, CCT, azioni) dal 12,5% al 27%, istituzione della tassa patrimoniale (tassa sulla casa, anche la prima, laddove noi avevamo l’avevamo completamente detassata), che aggiungendosi all’ICI renderà praticamente impossibile al cittadino medio possedere e conservare la propria casa faticosamente acquistata con mutui, prestiti e sacrifici. E, a proposito di ICI, nel programma dell’Unione c’è anche l’aumento delle rendite catastali, che dovrebbe essere compensato dalla diminuzione delle aliquote; ma lor signori non ci hanno detto che, mentre le rendite catastali le aumenta il governo, le aliquote ICI le possono diminuire solo i Comuni, i quali – potete scommetterci – non lo faranno mai! Inutile dire che questo assalto alla proprietà privata proviene dalla componente dell’Unione che si rifà ancora oggi all’antidiluviana dottrina marxista comunista. E a questo proposito, non si capisce come farebbe a governare una coalizione, anzi un’ammucchiata, di ex democratici cristiani, di vetero-comunisti cubani, di pederasti e di no-global.
E’ ovvio che noi, che abbiamo visto tanto nel passato, non ci faremo ingannare, ma non per questo possiamo permetterci di abbassare la guardia. Abbiamo il dovere di proteggere i giovani, i nostri figli, che sono il futuro della nostra patria, e quindi non dobbiamo stancarci di dire, ripetere, propagandare la verità. E poi, il prossimo 9 aprile, data delle elezioni politiche, andiamo tutti a votare ed accompagniamo i nostri vecchi, le nostre persone care. Ricordiamoci che loro, i sinistri, vanno tutti alle urne, intruppati e con il paraocchi. Andiamo a votare anche noi, tutti, esercitiamo il nostro sacrosanto diritto. I sinistri con le loro menzogne lasciamoli perdere. E pensare che persino in occasione del discorso del nostro Presidente del Consiglio al Congresso degli Stati Uniti d’America, onore riservato in precedenza solo a De Gasperi e a Craxi, discorso di venti minuti interrotto da ben diciotto ovazioni, grande riconoscimento internazionale per la nostra Italia, anche in quella occasione – dicevo – i sinistri hanno trovato da ridire, sprizzando bile come serpenti. Perché essi, pur con la loro boria, sanno già che perderanno, che hanno già perso. Perciò – forza e coraggio – adesso tocca a noi: lasciamoli perdere, andiamo a vincere!



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